Chiunque abbia dovuto “certificare” un’influenza lo sa: il momento più assurdo non è la febbre, è l’iter. Stai male, dovresti restare a letto, e invece ti ritrovi a incastrare telefonate, attese e spostamenti solo per ottenere un documento che, nella maggior parte dei casi, serve a formalizzare un fatto banalissimo: oggi non puoi lavorare. Nel mezzo ci finiscono tutti: tu che ti trascini fuori casa, lo studio del medico di base che si riempie di persone contagiose, chi ha problemi seri che aspetta più del dovuto, e un sistema che brucia tempo su malanni che spesso si risolvono in pochi giorni.
Dentro questo scenario si inserisce la novità che sta facendo discutere: con la legge 182/2025, nel pacchetto “Semplificazioni”, la certificazione di malattia effettuata da remoto tramite telemedicina viene equiparata, sul piano del principio, a quella tradizionale in presenza. Il tema è enorme perché impatta direttamente su ciò che, nella pratica, serve davvero ai lavoratori: il certificato di malattia INPS (oggi quasi sempre come certificato medico telematico) e il relativo numero di protocollo da comunicare al datore di lavoro.
Sembra la svolta definitiva? Dipende. Perché la norma, da sola, non fa miracoli: servono regole operative, strumenti adeguati e un punto fermo su responsabilità e controlli. E proprio qui si spiega la prudenza dei medici e, soprattutto, la controproposta che torna ciclicamente sul tavolo: autocertificazione per i primi giorni di malattia, come avviene in diversi Paesi europei.
Cosa cambia davvero con la legge 182/2025 sulla televisita
Il passaggio chiave è l’equiparazione: se la visita è svolta in modalità di telemedicina, il certificato può avere lo stesso valore di quello emesso dopo visita in presenza. In molte ricostruzioni l’avvio della novità viene collegato al 18 dicembre 2025, indicato come spartiacque per l’applicazione della previsione.
Il punto che spesso sfugge, però, è l’altro: la norma apre la porta, ma non basta “una videochiamata qualsiasi” per trasformare tutto in prassi quotidiana. Mancano ancora passaggi organizzativi e tecnici, perché l’operatività concreta è legata anche a indicazioni condivise e a regole che diano uniformità, non soluzioni improvvisate diverse da studio a studio.
In parole semplici: l’obiettivo è ridurre spostamenti e burocrazia, ma senza lasciare medici e lavoratori in una zona grigia dove, al primo controllo o alla prima contestazione, nessuno sa davvero “cosa vale” e cosa no.
Il punto che crea frizioni: molte malattie non si “vedono” nemmeno dal vivo
Qui conviene essere onesti. Il problema della televisita non è solo tecnologico. È clinico e, di riflesso, anche giuridico: una parte enorme delle assenze brevi nasce da condizioni comuni (influenza, gastroenterite, emicrania, malessere) che si basano soprattutto su sintomi riferiti. Anche in ambulatorio il medico di famiglia spesso deve ragionare su anamnesi, contesto, andamento, eventuali segnali d’allarme. Con la webcam questo margine di incertezza aumenta: qualità del collegamento, impossibilità di fare un minimo riscontro obiettivo quando serve, minore controllo sul contesto.
Per la maggior parte delle persone questo significa una cosa sola: la televisita del medico di base può funzionare benissimo in tanti casi, ma non diventa un “pass automatico” per qualunque certificazione e per qualunque durata. È esattamente qui che si innesta l’altra metà del dibattito: se il sistema pretende un certificato medico dal primo giorno anche per malattie di 48 ore, finisce per trasformare il medico nel certificatore di sintomi che non sono misurabili con un timbro. E allora la domanda è: ha senso continuare così?
Autocertificazione nei primi giorni: perché se ne parla (e perché divide)
La proposta non nasce dal nulla. In Italia se ne discute da anni e viene spesso ripresa proprio perché, nel confronto europeo, siamo tra i Paesi più “rigidi” sull’obbligo del
certificato immediato. Alcuni modelli prevedono che per un numero limitato di giorni (spesso 2 o 3, talvolta di più) sia sufficiente l’autodichiarazione del lavoratore, con responsabilità personale e controlli mirati sugli abusi.
Dal punto di vista pratico, il ragionamento è lineare. Se hai un’influenza che dura pochi giorni, ti serve riposo e terapia sintomatica, non un pellegrinaggio in ambulatorio. Lo studio medico si libera da una quota enorme di “burocrazia sanitaria” e recupera tempo per fragili e cronici. E il sistema non spreca risorse per certificare l’ovvio, ma concentra l’attenzione dove c’è davvero rischio: recidive, comportamenti anomali, assenze ripetute e casi che richiedono verifiche.
La contro-obiezione è la più classica: “così aumentano i furbetti”. Ma è proprio qui che il tema diventa di equilibrio, non di slogan: i controlli esistono già (si pensi alla visita fiscale e alle verifiche) e possono essere rafforzati dove serve, senza obbligare tutti a passare dallo studio medico al primo starnuto.
Responsabilità e rischi: perché i medici chiedono paletti chiari
Quando si parla di certificati, non si parla solo di organizzazione: si parla di responsabilità. Il medico firma un atto che produce effetti su retribuzione, indennità, assenze, controlli e contenzioso. E più la prognosi si allunga, più quella firma pesa.
È uno dei motivi per cui viene spesso evidenziato questo punto: la televisita può ridurre burocrazia, ma aumenta la necessità di criteri chiari. Se la certificazione a distanza diventa routine senza regole, il rischio è di scaricare sul medico un livello di esposizione che prima era mitigato dalla visita in presenza e da un quadro operativo più consolidato.
Nella pratica, la linea è abbastanza intuitiva: per un’assenza breve e coerente con un quadro clinico semplice, la televisita può avere senso. Per assenze lunghe, ripetute o “strane”, è normale che il medico preferisca (o ritenga necessario) vedere la persona dal vivo. Anche perché, in caso di problemi, non si discute solo “se stavi male”, ma se la certificazione era ragionevole e supportata da elementi adeguati.
Non è “WhatsApp e via”: canali ufficiali, tracciabilità, privacy
Un equivoco da chiarire subito: televisita non significa improvvisazione. Certificare implica tracciabilità, tutela dei dati sanitari, conservazione della documentazione e, in molti casi, l’utilizzo di strumenti che garantiscano identità e sicurezza del processo.
È la stessa logica richiamata da chi commenta la novità: servono piattaforme e modalità che lascino una traccia “robusta”, perché una televisita via webcam senza garanzie rischia di avere conseguenze soprattutto in caso di contestazioni o controlli. Questo non vuol dire che tu non possa contattare il medico con strumenti semplici per spiegare come stai; vuol dire che la certificazione deve poggiare su un percorso che regge anche quando qualcuno chiede: “me lo dimostri?”.
Dove si colloca davvero la televisita tra certificato INPS e autocertificazione
Tra “andare dal medico anche con 39” e “fare tutto con una videochiamata” c’è una zona grigia che, oggi, è proprio quella che crea più confusione. La legge 182/2025 prova a rendere la televisita una strada percorribile, ma il dibattito sull’autocertificazione ci ricorda che la partita vera non è solo tecnologica: è capire quando serve davvero il medico e quando invece basta una comunicazione responsabile del lavoratore, con controlli mirati sugli abusi.
Per orientarti senza perderti nei tecnicismi, qui sotto trovi la differenza tra i tre scenari più citati, pensando soprattutto al percorso pratico che porta al certificato di malattia telematico INPS (o, in ipotesi, alla comunicazione diretta dell’assenza).
| Scenario |
Oggi
(prassi tradizionale) |
Con la legge 182/2025
(televisita) |
Proposta “autocertificazione”
(ipotesi) |
Malattia breve
(1–3 giorni) |
Spesso serve contatto/visita per certificato fin da subito |
Possibile certificazione dopo valutazione a distanza, se applicabile |
Il lavoratore comunica l’assenza e si assume responsabilità |
Malattia media-lunga
(+5 giorni) |
Maggiore probabilità di visita in presenza o accertamenti |
Televisita possibile in alcuni casi, ma più prudenza e criteri |
Visita in presenza più frequente per tutela e riscontri |
| Responsabilità |
Il medico certifica dopo percorso consolidato |
Il medico valuta anche con limiti del remoto |
Nei primi giorni la responsabilità ricade sul lavoratore |
| Strumento |
Iter sanitario + invio telematico INPS |
Telemedicina con canali tracciabili e regole operative |
Canale aziendale/INPS per comunicazione, controlli mirati |
In sostanza, la televisita può togliere di mezzo molte assurdità pratiche, ma il vero salto culturale, se mai arriverà, sarà distinguere le assenze brevi “da letto e tachipirina” dai casi che richiedono davvero una valutazione medica completa.
Pubblicato il 7 Febbraio 2026 - Ultimo aggiornamento il 5 Marzo 2026