Autovelox, il nuovo decreto cambia tutto: cosa succede ora a multe, ricorsi e controlli

Riassumi il contenuto con:

Per anni la questione autovelox è sembrata una di quelle materie che riguardano solo avvocati, giudici e uffici comunali. Poi, all’improvviso, è diventata un tema molto concreto per milioni di automobilisti. Il motivo è semplice: quando arriva una multa per eccesso di velocità, la domanda non è solo “andavo davvero troppo forte?”, ma anche “quel dispositivo era legittimato a rilevarlo?”. Proprio su questo punto si è aperta una frattura enorme tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale, con ricorsi aumentati sensibilmente dopo le ordinanze della Cassazione del 2024. Adesso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti prova a chiudere il cerchio con un nuovo decreto sugli autovelox firmato il 9 giugno 2026, presentato come la soluzione definitiva al caos su omologazione, taratura e verifiche dei dispositivi. Ma la vera domanda, per chi guida ogni giorno, è un’altra: questa volta la partita è davvero chiusa oppure il contenzioso è destinato a continuare sotto altre forme?

Perché sugli autovelox si è aperto uno scontro così duro

Il nodo nasce dalla differenza tra due termini che per anni, nel linguaggio comune, sono sembrati quasi sinonimi: approvazione e omologazione. La Cassazione, con l’ordinanza n. 10505 del 18 aprile 2024, ha però ribadito che non si tratta della stessa cosa. Secondo i giudici, i due procedimenti hanno natura e finalità differenti e la sola approvazione non basta a rendere pienamente legittimo l’accertamento. Il passaggio decisivo è quello collegato all’articolo 142 del Codice della strada, che considera fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate. In altre parole, il problema non è astratto o terminologico: senza omologazione, la validità del verbale può saltare.

Questo orientamento ha avuto un impatto molto forte perché ha messo in discussione una prassi consolidata. Per anni, infatti, i controlli sono andati avanti facendo leva su dispositivi approvati e sottoposti a taratura periodica, anche alla luce del decreto ministeriale n. 282 del 13 giugno 2017, che disciplinava procedure di approvazione, verifiche di funzionalità e taratura. Ma quel decreto del 2017, per quanto importante, non ha spento il dubbio principale evidenziato dalla Cassazione: l’approvazione non equivale all’omologazione. Da lì è partita una valanga di opposizioni, con cittadini e difensori pronti a contestare la base tecnica e giuridica delle multe.

Cosa prevede il nuovo decreto firmato dal MIT

Il 9 giugno 2026 il MIT ha annunciato la firma del nuovo decreto autovelox. Secondo il Ministero, il provvedimento definisce le procedure di omologazione, verifica e taratura iniziali e periodiche dei dispositivi utilizzati per accertare le violazioni dei limiti di velocità. L’obiettivo dichiarato è creare un quadro regolatorio certo e omogeneo, superare le criticità applicative emerse nel tempo e rafforzare la solidità giuridico-amministrativa degli accertamenti.

La novità più rilevante, almeno secondo quanto ricostruito dalle fonti giornalistiche specializzate, è il regime transitorio. Dalla pubblicazione del decreto, dovrebbero considerarsi automaticamente omologate 15 apparecchiature già approvate sulla base del decreto del 13 giugno 2017. Per altri dispositivi, invece, è prevista una procedura semplificata se esiste già una documentazione tecnica adeguata su taratura e test di laboratorio; negli altri casi resta il percorso ordinario, che sarà più lungo e più complesso. Inoltre, il ministero dovrebbe pronunciarsi entro 60 giorni nei casi in cui produttori o distributori integrino la documentazione già esistente.

Tradotto in termini pratici, il messaggio politico e amministrativo è molto chiaro: mettere in sicurezza il sistema dei controlli di velocità e ridurre drasticamente lo spazio per i ricorsi fondati sul difetto di omologazione. È una scelta che punta a rassicurare i Comuni, a dare continuità ai controlli e a evitare che il tema autovelox si trasformi in una falla strutturale del sistema sanzionatorio.

Perché non tutti credono che i ricorsi siano davvero finiti

Ed è qui che la vicenda si fa davvero interessante. Perché, accanto all’annuncio del Ministero, restano diversi dubbi di tenuta giuridica. Secondo quanto riportato da Quattroruote, alcuni addetti ai lavori contestano proprio la sanatoria dei dispositivi già approvati, sostenendo che un decreto ministeriale possa disciplinare le procedure di omologazione, ma non trasformare retroattivamente una precedente approvazione in omologazione. Se questa obiezione dovesse trovare spazio nei tribunali, il contenzioso potrebbe non sparire affatto: cambierebbe solo terreno di scontro.

C’è poi un secondo profilo delicato. La Cassazione del 2024, nel motivare la distinzione tra approvazione e omologazione, ha richiamato anche la competenza ministeriale legata al procedimento, sottolineando un assetto che alcuni interpreti riconducono al versante metrologico e non solo a quello della circolazione stradale. Non a caso, nelle ricostruzioni più critiche emerge anche il tema della competenza sull’omologazione, che secondo alcuni spetterebbe al Ministero delle Imprese in quanto autorità nazionale di riferimento in materia metrologica. È un passaggio molto tecnico, ma con effetti potenzialmente enormi: se la competenza fosse ritenuta allocata in modo non corretto, le nuove regole potrebbero essere nuovamente sottoposte a contestazione.

Per questo è prudente evitare slogan troppo netti. Dire che “da ora i ricorsi sono impossibili” sarebbe, allo stato, un’affermazione più politica che giuridica. Più corretto dire che il decreto punta a ridurre i ricorsi contro le multe autovelox e a rafforzare la posizione delle amministrazioni, ma potrebbe a sua volta generare nuove contestazioni interpretative e nuovi giudizi, soprattutto sui verbali già impugnati o sui dispositivi coinvolti nella fase transitoria.

Cosa cambia per chi riceve una multa da oggi in poi

Per l’automobilista comune, il primo effetto è psicologico ma anche pratico: contestare una multa autovelox diventa potenzialmente più difficile se il verbale deriva da un apparecchio compreso nel nuovo perimetro regolato dal decreto o successivamente omologato secondo la nuova procedura. In passato, la semplice mancanza di omologazione era diventata un argomento forte per l’opposizione; ora il legislatore amministrativo prova a chiudere proprio quella falla.

Questo però non significa che ogni verbale diventi automaticamente inattaccabile. Restano infatti altri profili classici di contestazione: la corretta segnalazione della postazione, la regolarità della taratura periodica dell’autovelox, la conformità della procedura di accertamento, l’indicazione precisa del dispositivo usato e, nei casi concreti, anche l’esatta collocazione della postazione rispetto alle autorizzazioni richieste. Già il decreto del 2017 attribuiva un ruolo centrale alle verifiche iniziali e periodiche di funzionalità e taratura, e il nuovo decreto sembra muoversi nella stessa direzione, rafforzando il tema della tracciabilità tecnica.

Perciò, da un punto di vista pratico, la strategia difensiva non potrà più limitarsi al vecchio schema “approvato ma non omologato”, almeno non con la stessa immediatezza di prima. Chi vuole opporsi dovrà leggere il verbale con ancora più attenzione, verificare il tipo di apparecchio, la data dell’accertamento, la documentazione tecnica richiamata e il momento esatto in cui il decreto sarà pubblicato ed entrerà in vigore. La data conta moltissimo, perché nei procedimenti sanzionatori il diritto intertemporale può cambiare il peso degli argomenti difensivi.

Il vero equilibrio tra sicurezza stradale e diritti dei cittadini

Sul piano pubblico, la questione autovelox tocca sempre due sensibilità opposte. Da un lato c’è l’esigenza, indiscutibile, di ridurre la velocità e gli incidenti: il controllo elettronico, se ben regolato, è uno strumento di sicurezza stradale. Dall’altro lato c’è la diffidenza di tanti cittadini verso un sistema percepito spesso come opaco o orientato più all’incasso che alla prevenzione. Il MIT, nel presentare il decreto, ha insistito proprio su questo equilibrio, sostenendo che l’obiettivo è garantire sicurezza senza trasformare i controlli in un pretesto per “fare cassa”.

Il punto, però, è che la fiducia non si costruisce con gli slogan ma con regole chiare, controlli tecnici verificabili e provvedimenti giuridicamente inattaccabili. Se il nuovo decreto reggerà davanti ai giudici, allora potrà davvero segnare una svolta e ridurre l’incertezza che ha accompagnato gli ultimi due anni. Se invece emergeranno falle sulla sanatoria dei dispositivi già approvati o sulla competenza dell’autorità che ha disciplinato l’omologazione, il tema tornerà rapidamente nelle aule dei giudici di pace, dei tribunali e forse ancora della Cassazione.

Cosa cambia davvero per i cittadini

La novità, in sostanza, non è che “le multe diventano tutte intoccabili”, ma che lo Stato prova a ricostruire la base legale e tecnica degli accertamenti autovelox dopo il terremoto provocato dalla Cassazione nel 2024. Per chi guida, questo significa una cosa molto concreta: da oggi serve ancora più attenzione, sia al volante sia quando arriva un verbale a casa. Il nuovo decreto può restringere alcuni margini di opposizione, ma non cancella il diritto del cittadino a pretendere che il controllo sia stato effettuato con strumenti legittimi, correttamente tarati e usati secondo regole trasparenti.

La vera svolta si capirà solo nei prossimi mesi, quando il decreto entrerà a regime e inizieranno ad arrivare le prime decisioni dei giudici sui verbali contestati nel nuovo quadro normativo. È lì che si vedrà se siamo davvero davanti alla fine della guerra degli autovelox oppure soltanto all’inizio di una nuova fase, più sofisticata ma non meno combattuta.