Un giorno apri l’app con cui lavori e scopri che non puoi più entrare. Nessun responsabile ti ha chiamato, nessuno ti ha contestato un fatto preciso, nessuno ti ha spiegato davvero cosa hai fatto. Il sistema ha rilevato qualcosa, il tuo account è stato sospeso e, da quel momento, il tuo reddito può semplicemente fermarsi. Per anni abbiamo trattato situazioni simili come inevitabili conseguenze del potere delle grandi piattaforme digitali. La decisione arrivata dai Paesi Bassi contro Uber dimostra invece che, quando un algoritmo incide in modo così pesante sulla vita di una persona, “lo ha deciso il sistema” non è una risposta sufficiente.
Il 21 agosto 2026 l’Autorità olandese per la protezione dei dati ha inflitto a Uber una sanzione da 824,99 milioni di euro, quasi un miliardo di dollari al cambio attuale. È la seconda sanzione più elevata mai irrogata nell’ambito del GDPR, dopo quella da 1,2 miliardi contro Meta del 2023. Uber ha annunciato ricorso e contesta la ricostruzione dell’Autorità, sostenendo in particolare che le disattivazioni permanenti prevedessero un intervento umano. Ma il principio sollevato dal caso va molto oltre Uber e riguarda chiunque oggi dipenda economicamente da un account digitale.
Perché la maxi multa a Uber riguarda il diritto di lavorare
Secondo l’Autorità, Uber utilizzava sistemi automatizzati capaci di arrivare alla sospensione temporanea o, in alcuni casi, alla disattivazione degli account dei conducenti. Tra le situazioni considerate vi erano sospetti di frode e valutazioni dei clienti ritenute troppo basse. Il problema non è l’esistenza di strumenti automatici per individuare anomalie: una piattaforma con milioni di transazioni difficilmente potrebbe funzionare senza di essi.
Il problema nasce quando l’algoritmo smette di essere uno strumento di supporto e diventa il soggetto che decide, con conseguenze economicamente rilevanti sulla persona. Se un autista non può più accedere alla piattaforma, non perde semplicemente una funzionalità di un’app: può perdere, in tutto o in parte, la possibilità di guadagnare.
Il GDPR, all’articolo 22, protegge proprio da determinate decisioni basate unicamente su trattamenti automatizzati quando producono effetti giuridici o incidono in modo analogamente significativo sull’interessato. Non significa che qualunque utilizzo di un algoritmo sia vietato, né che non esistano eccezioni. Significa però che, quando la decisione rientra in questo perimetro, entrano in gioco garanzie precise: informazione, possibilità di contestazione e, nei casi previsti, intervento umano effettivo. Non un passaggio formale nel quale un operatore si limita a confermare ciò che la macchina ha già deciso.
Già nel 2023 la Corte d’appello di Amsterdam aveva affrontato le richieste di alcuni conducenti Uber che volevano capire quali dati e quali processi avessero portato alla disattivazione dei loro account, imponendo maggiore trasparenza sulle decisioni automatizzate che li riguardavano.
Da Uber a Meta: quando un profilo cancellato significa perdere clienti
Ed è qui che la storia smette di riguardare soltanto gli autisti. Negli ultimi dodici mesi, 61 tra professionisti e aziende si sono rivolti al nostro studio per blocchi legati ai servizi Meta: pagine Facebook cancellate, account Instagram disabilitati, profili pubblicitari sospesi, gruppi diventati improvvisamente inaccessibili.
La dinamica raccontata è spesso molto simile. Arriva una comunicazione generica: “violazione degli standard della community”. Ma quale contenuto? Pubblicato quando? Quale comportamento concreto avrebbe determinato la sanzione? In alcuni casi è difficile ricostruirlo. E se un ricorso viene respinto quasi immediatamente, il dubbio inevitabile è se vi sia stato un esame umano sostanziale.
Qui occorre evitare semplificazioni: non ogni sospensione di Meta è automaticamente illegittima e non tutte le norme si applicano nello stesso modo a ogni account. Tuttavia, per gli utenti professionali che rientrano nel campo di applicazione del regolamento P2B, la normativa europea richiede una motivazione collegata a fatti e circostanze specifiche. Quando viene cessata integralmente la fornitura del servizio, il regolamento prevede in linea generale anche un preavviso di almeno 30 giorni, pur con importanti eccezioni, ad esempio per obblighi legali, motivi imperativi o violazioni ripetute delle condizioni contrattuali.
A questo si aggiunge il Digital Services Act. L’articolo 17 impone alle piattaforme interessate di fornire una motivazione delle restrizioni adottate, mentre l’articolo 20 disciplina sistemi interni di gestione dei reclami. Il punto non è soltanto avere un pulsante con scritto “presenta ricorso”: il sistema di contestazione deve rappresentare una strada concreta per chiedere il riesame della decisione.
Anche Google può bloccare un account: ma le sue stesse policy prevedono il ricorso
Il tema emerge con altrettanta forza nell’ecosistema Google. Le policy di Google Ads prevedono espressamente che, in presenza delle violazioni considerate più gravi, un account possa essere sospeso immediatamente e senza preavviso. Per altre violazioni che possono portare alla sospensione, Google dichiara invece di inviare un avviso almeno sette giorni prima.
C’è poi un dettaglio molto importante per aziende e agenzie: Google spiega che gli account collegati a un account sospeso possono essere a loro volta sospesi e che nuovi account creati dopo la sospensione possono essere bloccati automaticamente. È il meccanismo anti-elusione che, nella pratica, può trasformare la chiusura di un singolo account in un problema molto più esteso. Anche in questo caso, però, l’esistenza di sistemi automatici antifrode non rende di per sé illegittima la misura. La questione giuridica diventa come si arriva alla decisione, quali informazioni vengono fornite e quali strumenti effettivi esistono per correggere un falso positivo.
Google Ads prevede procedure di ricorso e richiama espressamente ulteriori strumenti disponibili nell’Unione europea ai sensi del DSA. Dal 21 luglio 2026 ha inoltre stabilito che il ricorso direttamente dall’account non sia più disponibile per decisioni risalenti a oltre sei mesi, rinviando in quei casi all’assistenza.
La stessa logica vale per i Profili dell’attività su Google: la documentazione ufficiale mostra il motivo dell’azione di moderazione, collega la norma ritenuta violata e consente di presentare prove a sostegno del ricorso. Google raccomanda inoltre di non creare una nuova scheda per la stessa attività mentre la contestazione è in corso.
I rider lo sanno già: quando l’algoritmo diventa il capo
In Italia non dobbiamo nemmeno immaginare uno scenario futuro. Il Garante Privacy si occupa da anni dell’algorithmic management dei rider.
Nel 2021 Foodinho, società del gruppo Glovo, fu sanzionata per 2,6 milioni di euro anche per problemi legati alla trasparenza e all’utilizzo degli algoritmi nella gestione dei lavoratori. Nello stesso periodo il Garante intervenne su Deliveroo, imponendo tra l’altro misure affinché fosse garantito un intervento umano capace, se necessario, di correggere sostanzialmente il risultato prodotto dal sistema.
Nel novembre 2024 il caso è diventato ancora più esplicito. Foodinho è stata sanzionata per altri 5 milioni di euro e il Garante ha evidenziato che, quando l’account di un rider veniva bloccato o disattivato, il sistema inviava un messaggio automatico standard che non informava adeguatamente il lavoratore della possibilità di contestare la decisione e chiedere il ripristino dell’account.
Non è un dettaglio procedurale. Un rider senza account non può ricevere consegne. Un consulente senza account pubblicitario non può gestire le campagne dei clienti. Un negozio che perde improvvisamente la propria presenza digitale può perdere prenotazioni e fatturato. Cambia la piattaforma, ma il problema economico resta sorprendentemente simile.
L’Europa sta rendendo il principio ancora più esplicito
La nuova Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali, che gli Stati membri devono recepire entro il 2 dicembre 2026, va esattamente in questa direzione. La norma prevede supervisione umana dei sistemi automatizzati e stabilisce espressamente che una decisione di restringere, sospendere o chiudere l’account di chi lavora tramite piattaforma, o una decisione equivalente e pregiudizievole, debba essere presa da un essere umano. Prevede inoltre spiegazioni comprensibili e strumenti di riesame.
Anche l’AI Act rafforza il quadro europeo sull’uso dell’intelligenza artificiale in ambiti sensibili come il lavoro, ma con una precisazione importante: dopo le modifiche introdotte nel 2026, le regole specifiche sui sistemi ad alto rischio dell’Allegato III, tra cui quelli utilizzati nell’occupazione, entreranno in applicazione dal 2 dicembre 2027. Non è quindi corretto attribuire oggi all’AI Act tutte le garanzie già operative previste dal GDPR o dal DSA.
Un account non è più soltanto un account
La questione centrale è questa: per milioni di persone un account digitale è diventato un’infrastruttura di lavoro. È il luogo nel quale arrivano clienti, ordini, prenotazioni, corse e opportunità professionali. Trattarne la sospensione come una normale operazione tecnica significa ignorarne l’impatto reale.
Le piattaforme hanno certamente il diritto e spesso il dovere di contrastare frodi, truffe, spam e comportamenti illeciti. Ma sicurezza e responsabilità non richiedono decisioni opache. Al contrario: più una decisione è grave, più deve essere possibile capire che cosa è successo, contestare un eventuale errore e arrivare a qualcuno che abbia davvero il potere di modificare la decisione automatica.
È questo il significato più importante della sanzione Uber. Non una guerra contro gli algoritmi, ma un limite al loro potere quando incidono direttamente sul reddito e sulla vita delle persone.
Stiamo raccogliendo le testimonianze di professionisti e imprese che hanno subito blocchi di questo tipo sulle grandi piattaforme digitali, in vista di una segnalazione anche in Italia. Perché dietro un account disabilitato non c’è sempre soltanto un profilo social.
A volte c’è un lavoro.
E nessuno dovrebbe perderlo senza sapere almeno chi ha deciso, perché e come contestare quella decisione.
Pubblicato: 27 Agosto 2026 - Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2026